Che l’adozione di nuovi strumenti fosse foriera di nuove possibilità e, dopo un po’ di tempo, anche di nuove abitudini è cosa risaputa.
Era quindi ragionevole attendersi che la “deriva” social del Web (da molti etichettata erroneamente come Web 2.0) potesse contribuire al cambiamento di alcune consuetudini e addirittura alla nascita di nuove esigenze; infatti si può dire che oggi esista un’intera generazione, quella dei cosiddetti “nativi digitali”, per i quali lo stare sempre connessi al Web e condividere con la rete ogni accadimento e sentimento sono delle vere e proprie necessità.
Ma accettare una volta per tutte che la privacy sia destinata all’oblio grazie (o per colpa) dei social network è ancora abbastanza difficile!
Però sarà il caso di ragionare seriamente su questa eventualità, visto che il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha espresso chiaramente la sua opinione in merito affermando candidamente che “la privacy non è più una regola sociale“.
Leggendo quel che Zuckerberg dice non si può non concordare con lui quando dice che, nel tempo, le abitudini e le regole sociali evolvono, e non si può nel contempo non interrogarsi sul destino di quella che – secondo me – è ancor’oggi un’esigenza ben radicata: saper governare e gestire i nuovi media e le nuove tecnologie impedendo che possano soffocare la nostra esistenza, permeandone ogni espressione ed ogni istante: il che coincide col gestire e governare anche i nostri dati personali, la nostra privacy.
Il discorso di fondo è sempre lo stesso, e passa sempre attraverso l’uso ragionevole e corretto di un qualsiasi utensile o strumento che può rivelarsi utile, indispensabile ma anche pericoloso e distruttivo! Internet, proprio come un coltello, come la dinamite o come la parola, può essere uno strumento meraviglioso o terrificante a seconda dell’uso che se ne fa, e questo è un dato di fatto che però non deve rappresentare il termine del nostro ragionamento, ma solo la condizione iniziale.
E allora, a ben vedere, proprio la crescente invadenza dei social network ci aiuta a dare il giusto valore a quel che noi vogliamo tenere nostro, solo nostro. E quindi, in quest’ottica di perenne e costante condivisione, ecco che i nostri dati personali e la nostra privacy hanno un valore sempre crescente, man mano che impariamo a comprendere che i social network possono essere utili e divertenti, ma non son fatti per contenere tutto quel che ci riguarda.
Forse, le prime volte che ci si misura con Facebook (tanto per fare un esempio pratico) ci si lascia sopraffare e si inizia a pubblicare foto e a condividere pensieri quasi senza controllo, salvo poi comprendere che forse alcune cose sarebbe meglio tenercele per noi, restituendo quindi il giusto valore alle cose davvero importanti.
Molte volte ci si accorge di quanto una cosa o una persona siano preziose solo nel momento in cui queste ci vengono a mancare, e mai come in questo momento io mi sto accorgendo che i miei dati personali sono oggetto di continui attacchi, visto che in ogni istante c’è qualche web application che cerca di carpirmeli, e Facebook è una di queste. Ma se c’è qualcuno li vuole, allora vuol dire che valgono qualcosa…
Quindi ha senz’altro ragione Zuckerberg quando ci ricorda che i costumi e le convinzioni delle persone e della società sono in continua evoluzione, ma sbaglia di grosso se crede di intravedere la morte di un’entità – la privacy – a cui egli stesso da un valore sempre crescente.









[...] ancora qualcuno – e non è il primo venuto – che afferma che la privacy è morta, ma davanti a fenomeni così difficilmente classificabili e a dinamiche così complesse come quelle [...]
Posted by Web 2.0: Tanto rumore per nulla? Topi d’appartamento 2.0 on February 19th, 2010.