Message in a virtual bottle

Ricordate la canzone dei Police “Message in a bottle“, vero? Il testo parlava di un uomo che – sentendosi solo – provava ad inviare messaggi in bottiglia al resto del mondo, per poi scorprire di “non essere l’unico ad essere solo” e trovare milioni di altre bottiglie inviate da milioni di altri uomini soli…

Nel mio post “impariamo ad essere liberi” ho provato ad avviare un personale ragionamento – non ancora concluso – sulle implicazioni che intervengono quando la collettività si appropria di nuovi gradi di libertà mai sperimentati prima, e sulla necessità di un certo apprendistato nel maneggiare potenzialità espressive che i media precedenti non avevano mai proposto ai loro utenti.

Secondo me uno dei “dettagli”, da molti trascurato e che rende del tutto peculiare e nuova la dinamica che nasce e che si manifesta in presenza di social network et similia, è la separazione fisica tra il luogo in cui si svolge il dibattito ed i protagonisti dello stesso: lavorare da casa, o al più dal proprio smart-phone, facilita e rende del tutto naturale il trasferimento in rete delle proprie personali convinzioni, e molte volte questo avviene senza ragionare troppo sul fatto che ci si sta confrontando con migliaia di altri individui.

Ma cosa c’è di male in questo? Assolutamente niente, ci mancherebbe altro. Anzi, la facilità di comunicazione è un segnale tangibile di quella maggiore (ed anche diversa) libertà di cui il Web collaborativo è oggettivamente foriero.

Quel che però sfugge anche a molti analisti ed intellettuali è che tutto questo rafforza – spesso a dismisura – l’aspetto personale e soggettivo di problemi, discussioni e dibattiti: ed ecco che pur avvenendo in un ambito sociale, pur realizzandosi all’interno di una comunità virtuale, queste nuove libertà d’espressione tendono a focalizzarsi in maniera esclusiva sull’apporto dell’individuo alla comunità, piuttosto che sul contributo che la comunità è in grado di dare all’individuo!

Mi spiego meglio, provando a riferirmi ad una delle attività che meglio si sposano al web, con particolare riferimento ai blog e ai social network: la protesta! L’idea tradizionale di protesta che ciascuno di noi si porta appresso è legata all’incontro fisico con altre persone che, mosse dalla forza di un’idea, decidono di incontrarsi in piazza, poco importa che faccia caldo o che nevichi, l’importante è ritrovarsi – anche materialmente – attorno ad una convinzione da affermare con forza: il sacrificio o addirittura la sofferenza di sfidare anche l’inclemenza atmosferica altro non fa se non rafforzare il legame tra i partecipanti, che si trovano a discutere tra loro ed ad ascoltare gli altri in maniera del tutto naturale.

Adesso, il fatto che mille, diecimila o centomila persone posseggano un nuovo strumento per pubblicare il loro pensieri in piena ed assoluta libertà senza che questo richieda alcuno sforzo o sacrificio materiale, non necessariamente garantisce che uno, dieci o mille individui ascoltino quel che io ho da dire.

E allora, questa nuova libertà in cosa consiste per davvero? Nella possibilità di esprimersi liberamente? Anche, ma è solo il primo passo, e se ci si ferma a questo si rischia di perdere il meglio, e cioè la presenza contemporanea di opinioni diverse dalla nostra con cui forse non eravamo abituati a fare i conti, anche perchè chi va in piazza a manifestare si trova – generalmente – in un ambiente amico nel quale tutti la pensano come lui; in rete invece tutti possono dire tutto a tutti, ed è questa la novità più vera ed autentica con la quale bisogna imparare a misurarsi.

Ecco, se non impareremo ad “usare” al meglio le nuove libertà offerteci dal Web, difficilmente ci accorgeremo degli altri individui e delle loro idee, non sapremo approfittare della presenza di tanta diversità, le nostre bottiglie virtuali resteranno per lo più inascoltate, e risulterà impossibile chiudere quel cerchio ideale che di fatto è rappresentato dall’insieme di connessioni tra i tanti nodi di una rete che rischia di rimanere virtuale, nella peggiore accezione del termine.

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